Intervista a May Nam

La mia prima intervista in cui sono io a fare domande è dedicata a May Nam, un tizio italiano che attualmente vive a Berlino, scrive musica, dipinge, fa video. Ha pubblicato il suo ultimo disco quest’anno. La sua musica è dedita ad una manipolazione elettronica radicale con un gusto timbrico tutto suo ed un caos denso di musicalità e di colori, gli stessi che ritroviamo nelle immagini e nei video che crea parallelamente. Mi ritengo profondamente affascinato dal modo in cui affronta le cose che fa e nei suoi quadri mi ci perdo, nei loro colori che ti amano e ti spaventano insieme, nelle forme di brodi primordiali che collidono si scontrano e creano piani sovrapposti.

Io: La prima cosa che mi piacerebbe sapere di te è quando hai iniziato a suonare e come è cambiato da allora all’uscita di Anacol Jut il tuo modo di suonare. Su Anacol Jut tutti i timbri sembrano molto lavorati, anche le chitarre hanno un suono geneticamente modificato alla radice, l’inserimento dei campioni è selvaggio e le parti percussive rientrano in un vortice in cui perdono quasi l’identità originaria che le ha create. Hai sempre avuto l’approccio di Anacol Jut nel tuo modo di fare musica oppure all’inizio facevi cose molto diverse e ci è voluto molto tempo per arrivare ad un risultato del genere?

May Nam: Ho iniziato a registrare roba una tantum intorno ai 18 anni, quando comprai un campionatore a carriola Yamaha e un multitraccia col masterizzatore cd. Ma nemmeno l’attrezzatura elettronica mi aveva mai troppo distolto dalla dipendenza della chitarra, strumento dei miei cuoricini con cui per lo più ho sempre cazzeggiato. Per quanto abbia sempre amato la musica sopra ogni cosa, non ho mai sentito troppo l’urgenza di fare ascoltare la mia merda agli altri. I venti pezzi che avrò registrato in quella manciata di anni, erano tutti deliri paratattici in cui tentavo di riprodurre le musiche che ascoltavo di più; lunghi pezzi ambient col Korg M1, minchiate post-rock acustiche superblande, jingle post-metal, trollate noise, qualche pezzo hop e idm fissando i poster di Amon Tobin e Aphex Twin. Ma è roba che facevo ascoltare a me e a due miei amici. Poi ho dovuto imparare il tedesco e quindi ho smesso di ascoltare musica e di suonare. Imparatolo un pochino, ho ripreso il discorso-musica accorgendomi che c’era Ableton, che c’era Soundcloud. Mi accorsi pure di sentirmi estremamente solo come umano, cosa che mi son sentito di sublimare buttando “out there” ciò che mi rappresentava intimamente ma nel modo più ineffabile. Aka la musica. Negli ultimi 4 anni, da quando ho iniziato il trip con i software, ho sempre cercato di fare un gran casino con i suoni. Penso che questo approccio sia nucleico e onnipresente. Ora magari i suoni sono un pelo più agghindati e i pezzi più lunghi e “prog”, ma la sostanza cambia poco: confusione. Tipo camera mia: sistemo lì e pulisco là, butto quello e prendo questo, ma alla fine è sempre un casino tipo la torre degli ospiti indesiderati ne La Spada Nella Roccia.

May Nam - Enax On My Moon

May Nam – Enax On My Moon

Io: A proposito di solitudine, suoni da solo attualmente o anche insieme ad altri? O ti è capitato in passato? A Berlino frequenti altri musicisti? C’è una scena musicale interessante là? O ti senti distante da quella scena? Pensi sia importante condividere le esperienze con altri musicisti stando dentro una scena musicale o si può crescere anche rimanendo isole?

May Nam: A me piace molto suonare la chitarra classica. In genere la suono fanculando l’accordatura classica e dotandomi di capotasto. Posso non suonarla per mesi, poi la riprendo in mano e chiudo gli occhi e per tre ore le mie dita volano e la testa va boh, non so dove va. Registro un sacco di giri con la chitarra per i miei pezzi, non si capisce solo perché spesso rilavoro tutto midi e quindi ciao ciao. A Berlino giro con gente che fa musica, sì. Ma è il mio giro di amici e quello mi basta, non frequento necessariamente posti dove si fanno i jammoni e non cerco mai per forza ambienti filo-musicologisti. Le macro-scene mi sembrano quella deep-house-techno e quella dark-punk-metallona-schitarroide-stridulosa, insomma roba priva di sole e piena di grigio. Il club berlinese è una situazione in cui scivolo volentieri e con la canottiera già sudatissima, adoro nuotare tra i ritmi e i pattern circolari di synth profondissimi; ho composto molte cose nelle albe madide post-club. I milioni di concertini con l’afflato no-wave invece li evito. Al momento sto mixando un EP più clubboso fatto a quattro mani con un mio amico, tra un paio di mesi lo droppiamo in rete. Sto però anche componendo parecchia roba per il mio nuovo album. Per rispondere alla cosa dell’isola: ovviamente rispondo ISOLA.

May Nam - We All Live In

May Nam – We All Live In

Io: Parallelamente al trattamento dei suoni anche le parole le distruggi letteralmente, crei ponti tra lingue diverse, prendi per il culo i significati, dilati significanti e ci butti dentro registrazioni di voci che sono immagino spezzoni di registrazioni ambientali, mentre le parti vocali prettamente musicali mi pare siano totalmente prive di testi. I tuoi brani o le parole che ci si trovano al loro interno hanno anche delle tematiche e dei significati? O te ne immagini qualcuno?

May Nam: Ci sono sempre delle frasi mattone con intorno giochi di parole indoeuropee e neo-fonismi. Il discorso sulla Lingua//Comunicazione mi ha sempre interessatissimo, ma è meglio che lasciamo stare. Non voglio far passare per forza il messaggio cagacazzo del post-chomskiano che grida Arbitrarietà Totale Del Segno Linguistico: le parole che uso vengono spesso fuori dal tempo che passo con le “mie” persone, o comunque sono frutto di un mood consolidato con loro, nascono all’interno di un “gruppo” di individui, sono già connotate. Siam in una città poliglotta e a me diverte un mondo giocare con le parole e unirle dove strani incastri magici (fonici o etimologici) lo permettono. I testi, che sono sempre iper-brevi, sono queste mie parole affezionate lanciate per mano assieme ai soliti riferimenti morbidi che mi danno forza: nomi(gnoli) della gente con cui passo il tempo, animali, orizzonti, oggetti della mia infanzia. Non sono ancora arrivato al punto di fottermene così tanto che la gente capisca cosa canto; so un sacco di canzoni degli Smashing Pumpkins a memoria (nel mio inglese astratto da sordomuto di quando ascoltavo gli Smashing Pumpkins) senza capire una parola, vivo ancora la musica come il bambino che ero e che non capiva un cazzo di quello che veniva cantato, fosse De André o fosse Ozzy Osbourne. Delle parole mi interessa più il fisico e il colore con cui vengono vestite, sono già elementi bastanti per farmi entrare in una dimensione più spirituale. Detto questo, arriverà un giorno in cui vorrò cantare cose lineari soggetto-verbo-complemento oggetto in una lingua pre-definita. Per ora, continuo a mixare tutto come un invasato, al momento mi diverto ed emoziono così.

Io: Non ho mai avuto finora occasione di vivere all’estero, ma a volte ho come la sensazione che in Italia si tenda molto di più ad ascoltare le parole e il loro significato piuttosto che ascoltare la musica. Pensi sia una mia convinzione del cazzo e che anche altrove funzioni così o c’è un fondo di verità? C’è forse un’ansia di esternare una propria visione politica? Di comunicare agli altri significati?

May Nam: Non so cosa dirti sul discorso Italia, ma capisco cosa intendi col discorso sulla Politica. Secondo me si parla troppo di politica perché la gente si allucinogena di meno che nell’occidente anglo-germanico. Se ci si allucinoginasse un pelo di più, la gente avrebbe più flowers nei suoi hair, si andrebbe più in giro a piedi e si mangerebbero cose più naturali, si starebbe di più sull’erba e meno sull’asfalto, si parlerebbe di più dei problemi remoti dell’anima, ci si toccherebbe di più, si riderebbe di più. E non ci sarebbe tempo per lamentarsi della politica (anche perché i politici sarebbero proporzionalmente più celesto-allucinati quindi più buoni). I musicisti sentirebbero meno il bisogno di schierarsi politicamente, di fare l’occhiolino all’attualità, di richiamare il contingente facendo il nome di quattro stronzi di destra o semplicemente di scrivere testi lugubri e maledetti dove le donne sono spietate troie e la vita è una sofferenza combattuta a buzze di whiskey. E la gente finirebbe per godere di parole e riferimento meno volgari, tutti si ascolterebbe più Wagner e meno i cccccccccp. Tutto questo per ribadire che non so cosa dirti sul discorso Italia. Ho un paio di idee serie al riguardo, ma boh, ma boh.

Io: Forse ti farà cagare quello che ti dirò fra poco, ma ti considero un artista abbastanza estremo, ma in un senso che ritengo abbastanza diverso rispetto boh a generi come il brutal death metal, o dall’altro lato dell’estremismo sperimentatori drastici dell’accademia quali Xennakis o Ligeti. E’ come se la tua arte fosse una ragione di vita in cui tenti di distruggere qualsiasi baricentro per abbracciare tutto, ti butti sul visivo perché non senti il bisogno di aggredire più sensazioni diverse contemporaneamente, i tuoi discorsi abbracciano salti temporali e semantici e linguistici che riescono a mantenere una loro unitarietà ma per l’appunto si estendono cercando di coprire lo scibile di un istante in cui getti tutto ciò che ti salta per la testa. Quanto di questo approccio ha anche a che fare col tuo modo di vivere? Non ti ho mai incontrato ma ti immagino come una persona indomabile anche nei movimenti e nei discorsi tra amici. Oppure è un lato che confini a quando ti fai i cazzi tuoi di fronte ad un sequencer audio o video? E poi, soprattutto, una cosa mi incuriosisce molto, quando ci si allontana così tanto da un canone, che può essere la canzone classica con struttura intellegibile quando non il brano ambient tranquillo che ha lo sguardo pensieroso di Harold Budd. Quando ci si allontana così tanto da una struttura già ampiamente usata, da un modello, da un sentiero già percorso, si prova nostalgia per questo o ci si sente sempre più liberi di spingersi oltre? Ti immagini fra qualche mese a fare un brano tipo Pea dei Red Hot Chili Peppers (o meglio, di Flea)? Sembra che tu voglia affrontare a viso aperto e distruggere qualsiasi costrizione

May Nam - HAPPY DRAGON WARTHOG

May Nam – HAPPY DRAGON WARTHOG

May Nam: Sono abituato fin da bambino a sentirmi dare (anche) dello strano e del pazzo (a volte pazzo-stronzo, a volte pazzo-creativo-ok). Ho sempre avuto una mia non-idea forte di come occupare lo spazio fisico e di come relazionarmi al tempo e alla morte-delle-cose, la parole “arte” difatti la digerisco pochissimo. Quando scrivo, quando suono, quando scherzo, quando incasino di colore le superfici, c’è sempre la stessa esigenza esistenziale di fondo: raccontare quel casino di sogni e incubi che mi porto dietro da quando ero bambino, raccontare quella gioia nuda di mettere i braccioli e sentire quel rumore gastrico della plastica che sfrega con la pelle bagnata dal mare, lo stesso mare a cui ho consegnato le tante lacrime che mi hanno provocato le malattie e drammi affini, le persone belle che furono, le incomprensioni, la continua contraddizione che è l’essere-umano-che-parla. Tengo il disincanto di fondo che di fronte alla Natura non sono che terra svolazzante, ergo per cui preferisco lasciar da parte i discorsi solidi e le sentenze sociali, che sono cose oziose e di cui mi tange molto poco, e preferisco descrivere le storie delle persone che vedo e ascolto, punzando tutto con digressioni a cazzo e surrealismi a ridere. Insomma no, i linguaggi miei che tu conosci (audio-semico) me li porto dentro tutto il giorno, “purtroppo” si rubano anche qualche notte (sì, non sono un corpo “fermissimo”, diciamo). Il discorso dei canoni e dello spingersi oltre: penso di aver iniziato a “spingermi oltre” intorno ai 7 anni. È un “oltre” a cui mi sto ancora abituando, e mi ci vorrà tutta una lunga vita per abituarmi. E l’unico modo per abituarmi sarà continuare a fare cose inseguendo qualcuno, qualche volta ridendo, qualche volta piangendo, tentando di mantenere l’entusiasmo ad un sufficiente livello di botta. Farò quello di cui ha bisogno il mio corpo-mente, quello che mi farà stare bene e felice. Non sta a me poi dire se queste manifestazioni d’essere siano “oltre” o che. Pea dei Red Hot è il primo pezzo che strimpellavo col basso quando ero bimbo. Tra qualche mese no, ma in fase di senescenza tornerò anche io a casa.

Io: Pensi che sia possibile conservare la propria energia vitale e gettarla su attività come la musica fino alla fine della propria vita o arrivi un momento in cui non si riesce più ad avere la libertà del bambino e la stessa energia di quando si è giovani e si deve di conseguenza gettare un po’ la spugna? Ci sono forse alcune eccezioni, se prendiamo Duke Ellington lui fece uscire un capolavoro incredibile come Far East Suite a 68 anni. Forse anche il successo può essere un freno alla propria necessità di dare il massimo in attività come la musica. Hai paura di quest’eventualità che l’entusiasmo e l’ispirazione col tempo si spengano e che la senescenza sia una fase in cui ti vedi allo specchio morire molto più che da giovane? E se no, hai realmente paura di qualcosa?

May Nam: Non ho paura che l’ispirazione musicale scenda, perché so già che scenderà: son così ossessivo-compulsivo che ad una certa m’arriverà un lungo e letargico down. La musica è stata fino ad oggi l’amore più grande, ma sotto brulica tutto un altro cosmo che vorrò un giorno sviscerare e condividere con chi non mi conosce. Sguazzo con gioia nella scrittura e nella performance, vedi mai che un giorno me ne vado un anno sull’isola di Filicudi a fare il pescatore riuscendo a scrivere a mano un libro di mille pagine in copia unica e poi dargli e darmi fuoco sopra un palco come opening act per the last show of Nico Veronica Vascellari. Creare Le Cose Che Non Servono mi porta via una energia infinita, mi vien difficile occuparmi organicamente e nello stesso momento di forme creative diverse. Al momento ho anche un approccio trasversale, ma non penso sarà possibile ancora per molto.Il successo non so cosa sia, non è una cosa che ho mai micro-provato: non sono mai andato a letto con la convinzione di aver-fatto-tutto-bene e attorno ho sempre sentito una cappa stronza di alea che mi paralizza molti rapporti e progetti. Non sono la persona che sono perché voglio avere “successo” in senso ecumenico, son quello che sono perché ho assorbito moltissimo dagli affetti e dalle storie delle mie persone (e dei miei miti personali) e perché spero di aver dato qualcosa a queste persone (e via, pure ai miei cani), col risultato di aver finora passato una discreta vita intensa in equilibrio tra l’happy/sad. Non penso di aver altra missione che cercare di divertirmi con chi incontrerò nel tempo che costantemente mi rimane da vivere, quindi l’unica paura che ho è quella di ritrovarmi fottutamente solo, senza un volto amico dove trovar ristoro e a cui vuotare il sacco. Insomma, ho paura di diventare come Breivik e sparare la gente ‘nocente. Ma per il momento everything’s pretty good. So dire però qualche stronzata in norvegese, quindi ecco, sempre all’Herta (Berlino).Poi c’è il fatto che il futuro è incerto, dude. Domani potrebbero scoprirmi un Parkinson o potrei trasferirmi per amore in Vietnam. Quindi già dopodomani non saprei dire che giorno sarà.

Io: Torniamo un attimo a parlare del tuo ultimo album, ci sono due punti di Anacol Jut che mi sono rimasti particolarmente impressi ed in cui ci sono inserti di voci, il primo è quando una voce femminile dice alla fine dell’intro “Perché stai sussurrando”, il secondo è “Questo qualcos’altro potrebbe essere l’andare al teatro, nel caso in cui il teatro ci fosse”, prima di Oy Riki. Mi puoi dire da dove provengono queste due voci e come le senti in rapporto alla musica? Nel disco c’è un suono che si verifica più spesso di altri, potrebbe essere una chitarra frullata o alzata di qualche ottava, o il suono di 40 voci tirolesi che gorgogliano contemporaneamente dentro ad una scatola con molto riverbero. Mi sa che la prima opzione è quella più vicina alla realtà, come crei quei suoni e quali sono gli effetti che ti piace usare più spesso negli strumenti che usi?

May Nam: Le voci sono cose amiche, niente di più. L’unica connessione con la musica c’è nella misura in cui, passando molto tempo da solo a comporre, mi viene facile e bisognoso scavare negli hard disk e ascoltarmi registrazioni di conversazioni, messaggi vocali, video. Giusto per sentire meno la solitudine e collocarmi in un altrove con qualcuno. Non ha nessuna attinenza diretta con la musica, tranne per il fatto che la musica la faccio io e io sono quello che sta in camera da solo ad ascoltarsi le voci dei miei amici mentre tira fuori qualche giro di chitarra; quindi per un discorso molto tirato di tipo quantistico, sarebbero in realtà fondamentali per la creazione stessa della musica. “Perché stai sussurrando?” messa prima che inizino 30 minuti di casino, mi sembrava un giusto inizio.

Per i suoni penso di lavorare come fanno tanti altri fourtettari. I giri li registro prima live con chitarra o tastiera o campionando qualche canzone, poi agisco su ogni singolo suono modificandone il tempo, cambiando note, usando reverse, delay, reverberi, ripetendo magari l’intero processo più volte, finché da un giro di chitarra acustica in do maggiore non ho in mano un tappeto di synth ambient in re minore. A volte combino più suoni insieme e creo un suono unico. Onestamente non so nemmeno io esattamente cosa succede, posso perdere ore e ore per creare un suono di 10 secondi. Di sicuro non uso mai distorsioni, ecco.

Io: Nei suoni sento una ricerca di certi colori e sfumature che è una costante della tua immagine ma anche dei tuoi disegni e ci sento dietro una personalità molto forte, riguardo alla pittura da quanto tempo hai iniziato? Anche qui ti chiedo se c’è una relazione con la musica, perdonami ma sono rimasto traumatizzato quando alle elementari mi hanno insegnato tra le figure retoriche la sinestesia. Mi puoi spiegare meglio cosa ti infastidisce della parola arte? Non pensi di fare arte quando suoni o dipingi?

May Nam: La pittura non è una cosa che ho mai “veramente” fatto. Di certo mi è sempre piaciuto imbrattare e scrivere le superfici di colore. Ho iniziato da piccolo smerdando la mia stanza in ogni modo, poi il disordine cromatico penso sia continuato nei quaderni dove mi scrivo le cose. E nei vestiti scemi che indosso. E nei muri di casa che mi piace scarabocchiare. Ma la parte disegnosa l’ho messa al sole dopo aver avviato il discorso musicale, visto che mi pareva starci bene in coppia: entrambe le dimensioni sono caotiche e rarefatte e con tanti elementi inutili lasciati in giro. Lavorare sull’artwork mi è sembrato del tutto spontaneo perché necessario, ho le duemila visioni dei mondi astratti di Brisby E Il Segreto Del Nihm da sfogar fuori. Non potrei “mai” commissionare cose del genere, non il prossimo lustro quantomeno. Anche perché so quanto è facile fare qualcosa di figo con una persona amica con cui magari sto stando tanto bene in un dato periodo… un bel pomeriggio in casa con la musica a palla e i corvi fuori che gracchiano a fare qualche cazzata insieme. Pomeriggi di cui sono testimone ed entusiasta partecipe. E lì ovviamente la soddisfazione è ancora più grande (stesso discorso sull’amicanza va fatto per le apparizioni nei video e nelle canzoni). La parole Arte mi imbarazza messami addosso perché al suo posto ci metterei la parola Vita. Quello che senti è il prodotto delle mie ansie e delle mie gioie, delle mie (in)sicurezze, che sono le stesse cose che muovono ogni fottuto gesto che compio durante la giornata, da solo e tra la gente. Come mi muovo, come parlo, come rido, come piango. Non ho sempre a disposizione la musica per far viaggiare il cervello e riempire/prosciugare il cuore, a volte ho a disposizione parole da dire e da scrivere, cibo da cucinare, nuovi spazi da riempire eccetera. È una coscienza che mi tiene impegnato tutto il giorno. Suonare è solamente una delle cose che condivido con un numero “infinito” di persone. Ma sono io, insindacabilmente io. La mia vita, appunto. E dietro la musica ho troppi milioni di ricordi delle persone a cui ho voluto bene, ho troppi ascolti solitari in cuffia a perdermi in vortici emotivi che neanche in md, ho chiesto troppe volte al The Speed Of Sound di portarmi via e dirmi che è tutto Ok. E mi sento in imbarazzo a chiamare tutto questo Arte. It’s my life, di costruito e artefatto perfortuna/purtroppo non c’è proprio nu cazz’.

May Nam - ENTRE LA DIMENSION

May Nam – ENTRE LA DIMENSION

Io: Che musica ascoltavi da bambino? Ho visto che ami molto anche certa musica classica, senti una diversità a livello di risultati tra il tuo modo di fare musica così libero ed un modo così vincolato da un percorso di studi accademico oppure due cose apparentemente così antitetiche possono poi portare alle stesse emozioni?

May Nam: Da bambinissimo mi piacevano alcune cose che aveva mio padre, per lo più rock anni ’60-70 (e da lì ho scoperto le grandi cose di quel ventennio). Tra le prima epifanie sicuramente i Rolling Stones, Bob Dylan e quel mondo là, ricordo tanti cieli siciliani contemplati dal finestrino abbassato della lancia di papà ascoltando compulsivamente Sticky Fingers dei Rolling Stones. A margine c’erano i pezzi che ascoltava mia madre per radio, musica pop-leggera italiana per lo più, da Battiato fino a Stadio, Pooh, Minghi, Gino Paoli, con mia madre che canta contenta quindi sono contento anche io quindi anche la musica mi accontenta e quindi dove ci sta una bella melodia vocale ci sto anche io, non importa che sound c’è dietro. Poi c’è che ho passato fin da piccolo una quantità aberrante di tempo a vedere e rivedere film. E i film, tu mi insegni, tengono la musica dietro. E i bei film che ti dicono che la vita è bella richiedono anche momenti di dramma qua e là, di tensione, di indecisione, di disordine. E ogni mood ha la sua musica. Grazie ai film ho quindi abituato l’orecchio un po’ a tutto. Ma diciamo che principalmente da lì è venuta fuori la passione per lo spirito “classico”, partita dalla confezione pop dei Danny Elfman, John Williams e Morricone e arrivata fin giù ai secoli dove la gente indossava le parrucche e componeva cose lunghe cinque ore. Riguardo il collegamento tra quel che faccio e la classica non saprei dirti, l’Accademia non è mai stata il mio ambiente e il Conservatorio mi dispiace come parola. Di certo posso dirti che sotto la doccia canto i giri di Tchaikovsky e di Wagner e di Grieg, e che queste tre persone sono icone per gli accademici del conservatori, i quali non sono icone per me. Quindi mi trovo in difficoltà a esprimermi sul rapporto tra la mia musica e la musica classica. Il trio di icone che tengo nel portafogli (che non ho mai avuto in vita mia, viva forever tasche) sono Mike Patton, Avey Tare e Brian Wilson, tre che l’accademismo boh non so quanto. Ho ascoltato comunque un fottìo di roba, se ci penso mi viene da vomitare ridendo.

Io: Dato che immagino tu non concepisca una storia della musica, concepisci una tua storia della musica legata al tuo vissuto personale? Riusciresti a considerare importanti dei dischi in rapporto ad una concezione storica della musica?

May Nam: Concepisco che ci sia una storia della musica, il fatto è che a me della storia della musica non me ne fotte un cazzo. L’unica cosa che mi interessa è la mia SDM e la tua SDM. Voglio sapere la tua storia e io magari ti racconto la mia. Mi interessa sentirti parlare di cosa ti piace e mi interessa poco sentirti parlare di cosa non ti piace. Non mi interessano numeri, voti, classifiche, non mi interessa sentirti dire che i Beatles sono stati i più grandi, mi interessa sentirti raccontare cosa ti succede dentro quando ascolti i Beatles. Nondimeno considero importanti certi dischi che non mi fanno impazzire di gioia ad ascoltarli. Ma esattamente come considero importanti il nazismo, il kebab, il bomber traslucido tipo sacco della spazza degli industriali veneti, l’invenzione del carrarmato, la rasata laterale della testa dei giovani modaioli, Berlusconi, Crozza, Bonolis, i corsi di scrittura creativa. Cose importanti, per persone e culture diverse, cose “storiche”, che lasciano una traccia. Cose che però non mi appartengono. Prossima vita mi piacerebbe però essere il kebab che si mangia Crozza con indosso il bomber traslucido a sacco della spazza degli industriali vicentini.

Io: Ultima domanda ti ringrazio per avermi concesso del tempo per questa intervista intanto, so che ti sei laureato in filosofia, sei contento di aver scelto di studiarla all’università? Ti ha influenzato come percorso in quello che fai ora? Hai dei filosofi al cui pensiero ti senti vicino?

May Nam: Ho studiato Filosofia perché avevo voglia di sguazzare in quell’ambiente dove la gente studia i libri di cosiddetta-filosofia. L’unico filosofo che ho veramente a cuore è Nietzsche, che la gente identifica col nichilismo perché qualche stronzo ha messo in giro ‘sta minchiata esattamente come io ho messo in giro tra i miei amici la voce che in Francia del Sud nei ristoranti fanno il “cazzo di squalo al limone”. Forse la gente dimentica cosa vuol dire NIHIL. Nietzsche è puro trionfo della vita, è un costante inno all’entusiasmo e alla voglia di scoprire, di viaggiare, di testimoniare. Ed era un letterato, sapeva parlare con la pancia, usava un tedesco multi-codificato, cosa che i vari piscevvento tipo Derrida e Heidegger (altri due che ho conosciuto volentieri) non facevano. La maggior parte della filosofia da scaffale-filosofia alla Feltrinelli mi è sempre però sembrata arida e annoiata e solitaria, esattamente come la musica ambient-kosmik che ascoltavo assiduamente finito il liceo: concetti semplicissimi reiterati all’infinito, con sotto qualche effetto smerdante giusto per confondere un po’ le cose ai non-tecnici della cosa. Propedeutica, intermediaria, con poca vita e pancia. Studiare la cosiddetta-filosofia mi ha influenzato, certo, ma come tutto. Dopo tre anni di quella roba avevo solamente voglia di andare a ballare la techno tedesca al Berghain. And I did it.