Seghe mentali dei critici
Marzo 11th, 2008 by
admin
Storiadellamusica:
Lorenzo Monni
Debris
Recensione a cura di Roberto Maniglio.
Tra tante pretese di internazionalità e globalizzazione che stanno percorrendo l’Italia in ambito musicale (e non solo) in questi ultimi anni, con risultati abbastanza eterogenei, uno tra i più titolati a ricoprire il ruolo di futuro timoniere di una musica più internazionale è senz’altro Lorenzo Monni.
Sardo di nascita, veneto di adozione, polistrumentista, autore a soli 23 anni già di due album entrambi autoprodotti, il primo dei quali, “Death Of Future Man”, risale al 2007.
Sorprende la maturità compositiva di questo ragazzo dell’86. La sua musica è di difficile impatto anche per i più “indie” tra gli “italian kids”. Perché non si tratta del solito electro-pop, bensì di una produzione cameristica d’avanguardia di alto livello professionale.
“Debris”, datato 2009, è la seconda opera di Lorenzo Monni. Il disco si apre in maniera spettrale, per poi diventare gotico, annichilirsi e rinascere, con un crescendo finale come nel migliore post-rock. La chitarra elettrica è sempre in primo piano, costruisce assoli, ricama melodie, svela scenari ritmici nascosti, inventa paesaggi sonori.
Melodie trasognate si innestano a ritmi caraibici (“I Met The Craftsman”), carillon (“Ciel Brouille”), accenni nu-metal (“Dislove”), musica classica per orchestra (“Mont Saint Michel”), lievi sfumature jazz (“Ciel Brouille”), jam-sessions (“Embrace”), atmosfere pastorali (“The Dawn Of The Young Dolls”), derive ambient o post-rock (“Gone”), puro virtuosismo (“Naked Dialogues”) o potenza (“Rhom Antic” e “Dislove), trame talvolta ariose (“Mont Saint Michel”), leziose (“Shapeless”), o spettrali (“Embrace”, “The Big Laugh” e “Gone”).
Ma ogni brano ha una storia a sé, connotato da una sostanziale variegatura. Ed ognuno risulta a suo modo piacevole e irresistibile, sebbene per ragioni diverse. Ma chi vi scrive non può trattenersi dal segnalare in particolare “The Dawn Of The Young Dolls”, con il suo sapore medioevale di folk celtico, all’inizio malinconica e con un crescendo finale di assoli di chitarra elettrica, e “Mont Saint Michel” con il suo sapore gotico, all’inizio solenne per poi evolvere in musica sinfonica per orchestra, con un crescendo finale in stile post-rock.
In conclusione, questo “Debris” è un’opera di spessore, criptica, ma non ermetica; gotica, ma non claustrofobica. Un’opera notevole, certamente complessa, che necessita di molti ascolti per essere pienamente digerita, ma che non finisce mai di sorprendere e di spingere ad ulteriori ascolti.
Bluesbunny:
LORENZO MONNI
Debris
Lorenzo Monni is a young Italian musician and “Debris” is only his second album but there is much to commend here. Whilst this Bluesbunny is not known for his fondness for instrumental music, this album proved to be a very pleasant surprise.
The interesting thing about this album was that unlike so many other artists doing things instrumental, the songs were built on variation rather than repetition. By that I mean that the songs were more reminiscent of free form jazz rather than ambient electronica but with a definite structure and progression on show. When you listen to one of Lorenzo Monni’s songs, you know that it is going somewhere rather than just being locked in a loop of artistic self indulgence. Instead of self indulgence, there is a sense of invention that pervades the entire album from “Embrace” - a song that echoes the pseudo jazz warbling of Jess Franco - through the neo prog-rock feel of “The Dawn of the Young Dolls” to the menacing yet hypnotic “Gone”.
This is certainly a successful instrumental album. The easy route of laying overlaying sample upon sample upon synthetic beats has been avoided here and the end result is far from sterile. The overall feel is of a musician trying to convey emotion rather than create a mood (and that surely is the point of all good music). Enjoyable and interesting, this collection of songs bodes well for the career of Mr Monni and I, for one, will be watching his progression as a musician with interest.
Ondarock:
LORENZO MONNI
Debris
di Marco Sgrignoli. Il progressive, anche nei suoi più alti vertici, è spesso stato musica categorica in fatto di sensazioni evocate. L’artista era libero di spaziare con la fantasia, l’ascoltatore molto meno: il mood dei pezzi era sapientemente determinato a monte, per epico, decadente o fiabesco che potesse essere.Delle undici tracce di “Debris” colpisce invece questo: non impongono emozioni preordinate. Per quanto minuziosamente strutturate, restano aperte a percorsi sempre nuovi. Butterfly effect portato in musica: un battito d’ali di differenza e cambia il sentiero imboccato. Si invertono i rapporti, la luce diventa ombra; oppure tutto resta lo stesso, tranne per qualche dettaglio. Rovesciamento o doppelgänger? Non c’è modo di prevederlo.
L’immagine adatta per “Debris” è il labirinto, quello di Borges: un universo di androni sotterranei, colonne, fregi che ancora portano la memoria degli antichi fasti. Perdersi nell’infinità potenziale delle sue connessioni.È raro trovare in un album a suo modo “pop” una simile profondità di suono. “Iperproduzione” la chiamerebbe qualcuno, ma non renderebbe onore alla pienezza tridimensionale di queste stratificazioni strumentali. No, non è la classica ridondanza di chi non sa definire un’idea con pochi strumenti; è un affresco trecentesco, un dipinto di Brueghel: il fascino sta nella sua ricchezza, in quelle surreali compresenze che sarebbero bandite dal dogma prospettico. Ci si trova di tutto in “Debris”, ma è difficile discernerne gli elementi, perché ognuno di essi si porta in evidenza solo in relazione a qualcun altro. Così si sposano elettronica (tanta, tantissima, anche dove non sembra), lacerazioni frippiane, un costante spaesamento sinfonico, echi di mellotron e Pink Floyd post-psichedelici. Debussy, percussionismo stravinskiano e una tensione strisciante, capace di tenere sempre in bilico, a un passo da quella magniloquenza che è sempre, miracolosamente, evitata.“Debris” è l’opera seconda del giovane polistrumentista Lorenzo Monni ed è disponibile in download gratuito sul suo sito, indicato in testa alla recensione. L’album paga la sua complessità nel risultare di difficile presa su chi cerchi lo sbalordimento immediato, l’espediente mai sentito prima, la melodia che si pianta in testa e intima: “riascoltami”. Eppure, ai chi abbia più pazienza non cesserà di svelarsi nella sua lunare poliedricità.(09/03/2008)
Kathodik:
LORENZO MONNI
Debris
Lorenzo Monni è, da quanto risulta dalla biografia, una sorta di enfant prodige. All’età di 23 anni arriva già alla seconda prova sulla lunga distanza, dopo “Death Of A Future Man” del 2007, con un lavoro (che potete scaricare gratuitamente dal sito ufficiale del ragazzo, trovate il link in coda alla recensione) dalla notevole complessità e dalle mille sfaccettature. Progressive, kraut, musica classica e molto altro si mescolano nel disco del cagliaritano, creando un percorso di non semplice accessibilità.
Apre il disco il turpe contrabbasso di Embrace, un componimento arioso e potentemente oscuro, che richiama atmosfere quasi ligetiane. Un tocco di carillon schiude invece Ciel Brouille, nella quale il nostro campiona addirittura la voce di Gaber in Polli d’Allevamento, Situazione Donna, accelerando il ritmo e trasfigurandosi in una sinistra nenia psichedelica e acida con finale ambientale. Percussioni afro ci accolgono in I Met The Craftsmen e accompagnano tutto il componimento, tra sibili lontani e un basso ossessivo che ci riporta in territori canterburiani. The Big Laugh si apre come un sottilissimo alito elettronico, ispessendosi pian piano tra tocchi cristallini e pennellate di piano che danno un senso di spaesamento claustrofobico: un incubo incombente, da horror anni ’70, che affoga in un loop liquido e mutante. The Dawn Of The Young Dolls è un componimento chitarristico barocco, come se Bach si fosse messo in testa di scrivere qualcosa per chitarra elettrica; ma a metà tutto va alla deriva, in un gorgoglio instabile e frastornante. Naked Dialogues non è niente di più che un virtuosismo chitarristico, mentre Mont Saint – Michel torna alla solenne orchestralità della traccia d’apertura, pomposa e magniloquente in apertura, per poi frantumarsi nel cupo campionamento di un coro di un monastero benedettino, tra fiati glaciali e droni elettronici ossessionanti. Shapeless è un vagito dark – ambientale teso e sbiadito al tempo stesso. Dislove è hard – rock ingurgitato dal kraut più nero e apocalittico. Si giunge quindi a Rhom Antic, instabile e destabilizzante girotondo elettronico che allega spintonate rockeggianti in un grigiore inesprimibile. Il lungo percorso del Monni si chiude con Gone, lunga deriva ambientale tra echi lirici appena accennati.
Un disco maestosamente criptico, debordante come una valanga di pece nera che travolge e sconvolge. Un lavoro dal sapore antico ma tremendamente moderno, che spinge in mille direzioni regalando infinite chiavi di lettura. Pur con qualche sbavatura, un album che ci fa gridare al miracolo: ma se a 23 anni questo ragazzo riesce già ad emozionarci così, cosa potrà fare crescendo? Speriamo non perda la strada che ha già imboccato proficuamente.
Rock-impressions:
LORENZO MONNI
Debris
Lorenzo Monni è un polistrumentista e “Debris”, disponibile su internet nel suo sito in download gratuito, è il secondo album della carriera. Undici brani per la durata di quasi un ora di musica. L’artista si addentra in suoni e melodie ricercate, uno sforzo compositivo altamente introspettivo. La musica ed il suono vanno a braccetto e si svelano all’ascolto in maniera totale. Lo aiuta l’elettronica, il Mellotron ed altri strumenti classici, in questo percorso “schizzato”, molto vicino al mondo di Fripp (King Crimson), che non disdegna neppure passaggi lisergici stile Pink Floyd.
Progressive d’avanguardia, lacerazioni sonore che squarciano la mente, come in “Ciel Brouille”. C’è un alternarsi di emozioni, tra l’essere coccolati e lo stupore. Se conoscete i Porcupine Tree, quelli che improvvisano in stile “Metanoia”, in “I Met The Craftsman” ne avrete una bella copia. Il pianeta Monni sembra non essere tangibile, malgrado l’ascolto porti alla memoria molti colori, i suoni a volte sono lontani, impalpabili, per poi caderci addosso lentamente ed inesorabilmente, “The Big Laugh” è l’esempio. Per comprendere bene il suono che scaturisce da “Debris”, bisogna lasciarsi andare, chiudere gli occhi ed ascoltarlo in cuffia, vedrete che “The Dawn Of The Young Dolls” vi porterà lontano. Ci sono anche passaggi acustici, che in verità spezzano l’ascolto, come si dice in gergo, lasciano riposare l’orecchio, come in “Naked Dialogues”. Per il resto, molta elettronica e sperimentazione. Ritengo la conclusiva “Gone”, uno dei punti più alti del disco, spaziosa ed elegante, una nenia che trasporta ed incanta. Questo in definitiva è un viaggio in un mondo sonoro parallelo alla norma, adatto solamente a chi è psicologicamente e “culturalmente” pronto ad intraprenderlo. Capisco che molti possano trovare “Debris” un disco alquanto ostico.
Quante volte abbiamo detto e letto che il Progressive Rock è musica per la mente, non è solo barocchismo e sinfonie, ma un puzzle sonoro composto da migliaia di tasselli, uno di questi è Lorenzo Monni. MS
Progarchives:
LORENZO MONNI
Death of future men
Lorenzo Monni is a young Italian artist who lives in San Donà di Piave, a small town near Venice. He is a multi instrumentist with a classical background and his aim is to blend classical influences with rock and electronic music. In 2007 he released his first album “Death Of Future Men”, self produced, where he proved to be a brilliant and original composer. It is a completely instrumental work and it should be of interest for fans of Franco Battiato, Goblin, King Crimson, Pink Floyd…
The opener “Dust” is excellent. There’s a strong classical symphonic feeling and a peculiar exotic flavour on this track. In my opinion it gets along very well with the art cover and it could be a perfect soundtrack for a video based on Pierre Benoit’s beautiful novel “L’Atlantide” (translated in English as “The Queen Of Atlantis”)… Dust, sand, water, a forgotten oasis in the Sahara, mysterious and dangerous women, adventure, the myth of the lost continent Atlantis that comes true and appears like a mirage where love, dreams and nightmares are mixed up together…
Next tracks “Visions”, “Last Touch” and “Humans Against Alien-Cats” every now and again could slightly remind of some works of Pink Floyd or Alan Parsons Project, but there’s no plagiarism at all and all you have to do is close your eyes and let the music stir your emotions and set your imagination free… Then comes “Anatomy Of Water Phobia” that could mirror the atmosphere of some Dario Argento’s films featuring Goblin soundtracks and that is my favourite track on this album along with the opener. Next piece “Viale Notturno” has a dark and crepuscular feeling, while the last track begins with a classical guitar intro leading to another musical journey in exotic territories… A very nice finale for a very interesting good album!
The album has been released under Creative Commons Licence and it can be legally downloaded for free from the official website of the artist. Have a try, I’m sure you won’t waste your time!
Progarchives:
LORENZO MONNI
Debris
“Debris” is the second album released by Italian composer and multi instrumentist Lorenzo Monni. It’s an interesting blend of rock, electronic and classical music. Perhaps it’s a little bit difficult to appreciate this work on the very first listening but if you like the complex “soundscapes” of Robert Fripp, the unconventional and challenging ethno-folk of bands like Oregon or the scary atmospheres of bands like Goblin I’m sure you’ll find it pretty good. The album is completely instrumental and the sound quality is good, even if it’s a self produced work. There are less melodic and symphonic passages than on Lorenzo Monni’s previous album “Death Of Future Men”, but don’t worry the result is not pure avant-garde or concrete music and you’ll find here some very good musical ideas…
In my opinion the highlights are the mysterious and exotic “I Met The Craftsman”, the hypnotic “The Dawn Of The Young Dolls” (almost baroque with an Eastern flavour), the acoustic, delicate and dreamy “Naked Dialogues”, the solemn and mystic “Mont Saint-Michel (featuring church like organ and a sampled monks choir) and the long and haunting “Gone”. Nonetheless the other tracks are also worth listen to, like the bizarre “Ciel Brouille” (featuring in the background the sampled voice of the Italian singer song-writer Giorgio Gaber), the opener “Embrace” or the dark and creepy “Shapeless”…
“Debris”, like its predecessor “Death Of Future Men”, has been released under Creative Commons Licence and can be legally downloaded for free from the official website of the artist. Have a try!
Blow up (errori di scrittura annessi):
LORENZO MANNI
Debris
“Tecnicamente destro e fantasioso, Lorenzo Manni, bontà pure della tecnologia digitale, s’inventa una orchestra e porta a compimento un lavoro che se s’intitola “macerie” è tutt’altro che residuale e detritico in termini di struttura compositiva. Nel complesso il disegno architettonico è coinvolgente e l’esplorazione di questi edifici fantastici regala momenti di vertigine sensoriale. Il flyer parla di influenze quali la psichedelia, il kraut rock, l’etnica evoluta (Eno e Gabriel), il progressive. Noi aggiungeremmo, ampliando l’ultimo riferimento il sinfonismo in opposition di Art Zoyd e Univers Zero (Embrice, ciel brouille, the big laugh), che ci sembra meglio facciano intuire il mood e le atmosfere di questa orchestra-individuo. Le cose, francamente, funzionano meglio dove gli arrangiamenti si basano su sonorità (prevalentemente) acustiche: la ritmica etnica e la chitarra di I meet the craftsman. Convincono meno certe magniloquenze dark nella seconda parte del disco o l’imbizzarrirsi della chitarra elettrica in Rhom Antic.” di Dionisio Capuano, numero luglio-agosto 2008.
Arlequins:
LORENZO MONNI
Debris
Avevamo lasciato la prima uscita solista di questo giovane tastierista cagliaritano, “Death Of Future Man”, con l’impressione di aver ascoltato il frutto di un’artista talentuoso dotato di buona personalità e non troppo legato a stereotipi ormai un po’ vetusti. Il tempo di fare esperienza con altre realtà musicali, fra le quali il duo elettronico Dunkelblau e la collaborazione con il cantautore Andrea Liuzza, Lorenzo Monni pubblica il suo secondo disco “Debris” e ci offre una serie di brani impegnativi e piuttosto sorprendenti, sotto una veste decisamente più austera e cameristica: “Debris” è un lavoro ombroso e tormentato, meno brioso di Death of Future Man, sicuramente più criptico nella forma seppur non privo di spunti melodici di grande presa. Dedicato alla memoria di Giorgio Gaber e Fabrizio De Andrè, forse le ultime due grandi figure anarchiche del nostro paese e probabilmente gli ultimi artisti della vecchia generazione che ancora avevo qualcosa di profondo da dire, “Debris” sembra cogliere nella sua musica l’enorme senso di disagio e malessere diffuso in tutta la penisola, un malessere spesso determinato e manovrato con abilità dai poteri forti dello Stato. Fortunatamente, le macerie contenute nel disco di Monni sono macerie di pregevole fattura, seppur dalla forma spesso grottesca ed inquietante. Pensiamo ad un brano come “Ciel Brouille”, in cui si fondono sonorità mediterranee, melodie da carillion (con la voce di lontana di Gaber come sottofondo), intromissioni elettroniche ed una penetrante chitarra elettrica a la Robert Fripp; ancora, in “Big Laugh” un soundscape minimale introduce un raga-country elettronico nervoso dai toni poco rassicuranti, non lontano da certe cose di David Torn. In “The Dawn of the Young Dolls” si evidenzia un’atmosfera decadente e crepuscolare, nonché un ritorno ad un sinfonismo che si ricollega in parte al primo lavoro di Monni. Passato il curioso e riuscito minimal-folk psichedelico di “Naked Dialouges”, punto di incontro con le recenti tendenze alternative della nuova ondata folk revival anglosassone, arriva una drammatica e tetra “Mont Saint Michel”, composizione sinfonica di grande suggestione gotico-cinematografica che addirittura avvicina sensibilmente Monni verso certe sonorità ed atmosfere care agli Art Zoyd (certe similitudini r.i.o. mi sembra comunque di percepirle anche in altri brani…). Sono quasi due settimane che sto ascoltando quasi ininterrottamente questo disco, posso dire che Debris è diventato ormai una piacevole ossessione: Lorenzo Monni non è ancora giunto a realizzare il suo capolavoro però con qualche giusto accorgimento potrebbe andarci presto molto vicino.
“Debris” è ordinabile direttamente attraverso il suo sito da cui è possibile anche scaricare liberamente i brani del disco.
MOVIMENTI PROG
LORENZO MONNI
Debris
Recensito da Giovanni Turco
Sminuzzando la musica…
Il secondo lavoro di Monni presenta molte sfaccettature interessanti che cattureranno l’attenzione dei musicofili con la mente più aperta alla sperimentazione.
Monni scompone la trama musicale in un caleidoscopico fascio di luce il cui “spettro” è costituito da molteplici influenze tutte nettamente distinguibili e provenienti da vari universi musicali, quali la classica contemporanea, il rock progressivo ed una spruzzatina di metal, il tutto condito da campionamenti di varia natura.
Il musicista sardo ha nelle proprie corde le sonorità care a Stockhausen, per quanto riguarda la musica colta contemporanea, mentre fa l’occhiolino ai King Crimson più sperimentali così come al Fripp più alchimista per quanto concerne la musica leggera, ma non per questo più easy listening, sono distinguibili anche accenni allo sperimentatore folle canadese Devin Townsend e qualcosa di Cage e di musica minimale.
Composizioni tortuose, apparentemente prive di senso, che talvolta fungono da denunzia del vorticoso vivere del mondo moderno, un taglia ed incolla simbolo di un sezionamento della realtà moderna sotto un microscopio che ne analizza attentamente i vizi e le virtù.
Nonostante la giovane età, Monni merita, proprio per la soprendente maturità artistica contrapposta a quella anagrafica (è del 1986), la nostra attenzione ed il suo lavoro di alchimista sonoro merita di essere seguito da quanti apprezzano le novità difficilmente etichettabili. Solo per i più coraggiosi.
Rockit:
LORENZO MONNI
Debris
Lorenzo Monni è un giovane artista che costruisce suoni complicati e ardimentosi alla pari di un maestro avanguardista. Melodie cupe e intriganti come colonne sonore di film noir, tensioni ossessive da cinematografia horror, che non hanno mai una direzione ben precisa ma intraprendono le più svariate strade della sperimentazione. L’architettura che ne esce fuori è complessa e superba: momenti colti addolciti da pezzi di carillon sbattono contro tormenti kraut e di acido hard rock. La tensione spettrale e l’atmosfera decadente sono personaggi fissi del singolare spettacolo. E poi inserti tribali e di tradizione celtica, semplicità acustiche, introduzioni folk divorate da battiti inquietanti e frullati di strumenti frenetici, intro apolcalittici: free rock con troppe parentesi. L’eccessiva divagazione, infatti, non rende percepibile l’intento dell’autore. Magari prossimamente, qualcosa di meno astratto e indefinito potrebbe davvero far risaltare la sua bravura in pieno.
Sentireascoltare:
LORENZO MONNI
Debris
Incontrammo Lorenzo Monni sulle pagine di SentireAscoltare appena un anno fa. Allora, ai tempi di Death Of A Future Man, definimmo progressive la musica del Nostro, in virtù di una prima opera complessa, stratificata, retta su classicismi e frequenti cambi d’atmosfera, accenni free e dialoghi mutevoli. Con le undici tracce di Debris le cose cambiano, se è vero che rispetto al passato tutto sembra suonare decisamente più quadrato, sempre nell’ottica di una musica che rimane totale e di strumentali che non si accontentano di citare ma approfondiscono invece tutte le declinazioni del suono. Se le inquietudini di The Big Laugh citano il krautrock tedesco per poi fondersi in un assolo di chitarra finale scuola Pink Floyd, Embrace sa di jazz elettrico la Miles Davis, I Met The Craftsman mescola dilatazioni temporali e percussioni afro, The Dawn Of The Young Dolls parte come una melodia medievaleggiante per poi scivolare in una suite psichedelica. E’ lo stesso Monni ad occuparsi a parte qualche rara eccezione di tutti gli strumenti, dimostrando, oltre a buone doti tecniche, come non gli manchino anche coraggio e ispirazione
Arlequins:
LORENZO MONNI
Death of future men
L’immagine inquietante di un’apocalisse appena avvenuta è davvero l’ideale per rappresentare l’esordio di questo ventunenne tastierista cagliaritano, Lorenzo Monni, appassionato cultore della commistione fra musica classica e musica moderna ed elettronica. Il titolo del disco, “Death of Future Men” esprime bene le sensazioni di un ragazzo di fronte alle tremende insicurezze che caratterizzano il mondo contemporaneo e gli otto brani composti rispecchiano di conseguenza una notevole inquietudine, una tensione musiale che evita però di lasciarsi andare verso la disperazione dark o nel melodramma… Autore ed esecutore di tutte le musiche presenti in questo disco, Monni sembra avere proprio la stoffa del vero compositore, in equilibrio fra tre diverse scelte stilistiche: la tradizione orchestrale-sinfonica, la musica elettronica ed una non troppo velata attitudine rock che si evidenzia specialmente nella sezione ritmica. Per essere un’opera d’esordio ed autoprodotta, non priva di comprensibili difetti strutturali ed ingenuità, “Death of Future Men” si fa ascoltare piuttosto ben volentieri, inoltre il coraggio e la volontà di pubblicare musica così ambiziosa e relativamente “difficile” rende sicuramente onore a Monni. Il momento più classico del cd è l’iniziale overture Dust, incalzante sinfonia di otto minuti strutturata attraverso un chiaroscuro musicale che rappresenta la cifra stilistica dell’intero disco. All’opposto, l’aspetto prettamente rock della personalità di Monni si percepisce in “Visions”, pezzo psichedelico in cui entra in gioco anche la chitarra elettrica: le tastiere in questo brano mettono da parte ogni caratteristica neoclassica per abbandonarsi in loops futuristi ed atmosfere vagamente vintage anni settanta; molto intrigante l’improvvisazione cosmica a chiusura del brano… In effetti sembra proprio di percepire in diversi momenti l’influenza della scena teutonica anni settanta: sarà solo una mia impressione ma gli arpeggi di chitarra in “Last Touch” mi fanno venire in mente certe cose degli Amon Duul II…
Probabilmente il capolavoro di questo disco rimane la suite sinfonica in due parti “Viale Notturno”, ovvero il momento più oscuro e complesso di “Death of Future Men” (specialmente nella seconda parte della suite) ma anche forse il suo momento più raffinato e stimolante dal punto di vista melodico. In alcuni momenti invece non è troppo convincente la sezione ritmica digitale, l’introduzione di vere e proprie percussioni non darebbe dare certo fastidio… Fortunatamente le sonorità di “Death of Future Men” sono sempre piuttosto elaborate e riescono a dare all’opera anche un minimo di godibilità nei suoi momenti meno riusciti, specialmente dove si avverte un pochino di indecisione in fase di arrangiamento. In definitiva Lorenzo Monni è dunque un’artista da incoraggiare e seguire vivamente, con attenzione… E’ da notare inoltre che “Death of Future Men” è pubblicato con licenza Creative Commons, quindi l’intero disco è disponibile gratuitamente dal sito www.lorenzomonni.com. di Giovanni Carta.
Sentireascoltare
LORENZO MONNI
Death of future men
di Fabrizio ZampighiSe è vero che da queste parti si tira avanti a pane e psichedelia, è anche vero che quando ci si trova ad avere a che fare con il fratello “serioso” del genere in questione, il prog, si viene colti regolarmente da delirium tremens con tanto di visioni orrorifiche alla Edgar Allan Poe. Uno sfogo epidermico incontrollabile cui dobbiamo mestamente sottostare, addolcito da qualche eccezione isolata – i primi King Crimson – ma generalmente virulento al pari della peste bubbonica. Questione di gusti, certo, i nostri legati ad un’idea di musica che a fatica contempla i tecnicismi fini a se stessi e le cacofonie stordenti, quelli del qui presente Lorenzo Monni – suo malgrado rappresentante delle derive musicali di cui si diceva - catturati invece da una variegata sovrastruttura fatta di suoni potenti e percorsi fortemente diversificati, strumentali in moto perpetuo e intrecci di tastiera, frequenti cambi di ritmo e melodie cerebrali. Un’ attitudine alla costruzione complessa che trova uno sbocco naturale nelle descrizioni pianoforte e archi di Dust, nelle chitarre alla David Gilmour di Visions, nei classicismi e gli accenni free di Humans Against Alien-Cats, nei dialoghi prolissi dei quattordici minuti totali di Viale Notturno parte I e parte II. Limitarci, tuttavia, a filosofeggiare sul disco trattandolo come l’ultimo successo di Toto Cutugno soltanto perché non corrisponde ai nostri standard di ascolto ci parrebbe quantomeno un delitto, considerato anche il fatto che dietro allo spumeggiare dei toni debordanti e la ricchezza formale di questo Death Of Future Men, si nasconde un polistrumentista capace. Per questo vi invitiamo a prendere contatto con la musica del titolare del progetto sul sito ufficiale (il disco è in download gratuito): potreste risvegliare passioni che credevate sopite.
Blog di Ruckert:
LORENZO MONNI
Death of future men
Internet rappresenta per la musica un’innovazione rivoluzionaria sotto numerosi profili. Sono ben note a tutti le possibilità di conoscenze e di approfondimento - specialmente in campo musicale - consentite da questo strumento, dalle tonnellate di informazioni, alla possibilità del peer to peer, fino ai social network tematici come Last Fm. L’avvento e la rivoluzione della rete rappresenta perciò un opportunità enorme per i fruitori della musica. D’altra parte altrettanto grandi scenari di nuove possibilità distributive sono possibili anche per musicisti stessi, che possono affacciarsi liberamente sul mondo bypassando le case discografiche, sempre più in crisi anche di identità, anche per la loro incapacità di mettersi al passo coi tempi e consentire la crescita di musicisti nuovi. Sotto questo aspetto comunque il valore libertario che la rete ci sta mostrando appare sicuramente il più interessante, contenendo in sé i germi di possibili espansioni e sfoghi per la creatività individuale. Il disco che intendo segnalarvi oggi è un esempio di questo nuovo atteggiamento. Ideato, composto e realizzato dal poco più che ventenne Lorenzo Monni, “Death of Future Men” è infatti da alcune settimane liberamente disponibile per il download sul sito del musicista con la sola protezione della licenza licenza creative commons. Allo stesso tempo l’album è disponibile sulle diverse varie reti p2p ed alcune tracce sono interamente ascoltabili su Lastfm, Vitaminic e mycompositions, oltre all’ormai immancabile myspace. Mille strade alternative per affacciarsi sul mondo e far conoscere le proprie idee musicali. Una via nuova affascinante, anche se non priva di ostacoli, rappresentati nella gran parte dei casi dalla povertà dei mezzi realizzativi a disposizione, cui è possibile ovviare parzialmente con tanta passione e idee. E passione e idee - accanto purtroppo alla povertà dei mezzi - sembrano essere gli elementi principali di questo album, che si caratterizza prevalentemente per ambientazioni elettroniche e tappeti ritmici su cui si affacciano non raramente incursioni di chitarra elettrica. Arrangiamenti densi, atmosfere differenti e l’impressione che Monni abbia una solida cultura musicale, che spazia con disinvoltura dal rock, alla classica, fino a sperimentazioni elettroniche. Fatto che onestamente impressiona data la sua giovane età. I brani che compongono il disco evidenziano la presenza di spunti più che interessanti, ancorché non continui. Ciò si deve probabilmente alla necessità di metabolizzare meglio tutte le numorese idee musicali del lavoro, insieme all’esigenza di curare maggiormente l’aspetto produttivo. Infatti la produzione “digitale” e “casalinga” durante l’ascolto toglie un po’ di respiro al tutto. Si prenda ad esempio “Humans Against Alien Cats” o l’incipit di “Viale Notturno (part I)”, tracce che nonostante le intenzioni non riescono a decollare del tutto, pur mettendo in mostra alcune ambientazioni cupe, opache che ben promettono. Discorso differente per il brano dal titolo “Last Touch” che da un inizio scarno e ben archittetato con la chitarra acustica si evolve attraverso un arricchimento musicale di basso, chitarra elettrica e tastiere che ben accompagna l’ascoltatore. L’iniziale “Visions” invece si caratterizza per una sorta di ossimoro dato coniuga un minimalismo quasi solenne tratteggiato dagli archi. Questo in seguito riesce però a contrapporsi con una spaziale atmosfera rock, senza che il passaggio dall’uno all’altro momento appaia innaturale. Tenuto conto della giovane età, dei mezzi a disposizione è difficile non elogiare il fatto che Lorenzo si sia messo in gioco senza timore alcuno. Bisogna dunque riconoscere a questo giovane musicista di aver messo in questo progetto un entusiasmo più che genuino insieme a una dose di coraggio che fa ben sperare sui suoi prossimi lavori, per i quali ci auguriamo che possa avere maggiore supporto tecnico. Le idee non mancano.
Intervista della gazzetta Pirata:
Questo mese come fatto già in passato, accogliamo nella nostra redazione un nuovo amico, un artista in questo caso, musicista alle prime armi, che ha deciso di autoprodursi creando questo cd contenente la sua musica e di cui vi riportiamo un’intervista completa:
1) Chi e’ Lorenzo Monni e come nasce la sua passione per la musica?
Sono un giovane studente universitario del Veneto orientale, e chitarrista con una smodata passione per la musica, passione che è sicuramente radicata nella mia infanzia, quando iniziai ad ascoltare i dischi di musica classica di mio padre, così per curiosità.
2) Hai un artista di riferimento a cui ti ispiri o che, comunque, ha in qualche maniera influenzato il tuo stile?
Oddio, molti, troppi forse. Credo che si avverta anche un po’ questa eterogeneità nella mia musica. Però quattro nomi certi posso dirli: Igor Stravisnky, Radiohead, Pink floyd, Ennio Morricone.
3) A quale tipo di pubblico si rivolge la tua opera? Hai in mente un target preciso o pensi che possa essere, per cosi dire, trasversale?
A dire il vero spero con tutto il cuore di poter avere più fasce di ascoltatori: dagli appassionati per l’elettronica, fino ai patiti dell’hard rock e prog rock, o quelli per la musica classica. La mia speranza è quella di poter rendere piacevole anche a un orecchio meno esperto un tipo di musica apparentemente elitaria, senza dover per questo prostrarmi all’andazzo generale che sta seguendo molta della musica uscita ultimamente.
4) Quali speranze hai in merito a questo tuo lavoro?
Che si diffonda certamente e possa mettermi in condizioni di lavorare con gente preparata e con strumenti migliori, nei miei prossimi dischi. Spero che comunichi molte emozioni. Per me non è altro che un punto di partenza. In questo periodo sto anche iniziando a curare l’idea di una possibile versione live, un po’ diversa da quella nel disco, ma è una cosa lunga da fare.
5) Quali sono i motivi pratici e tecnici che ti hanno spinto verso l’autoproduzione? E’ la tua prima prova da musicista “vero”; ti ha aiutato qualcuno per qualche aspetto particolare o hai curato da solo tutti gli aspetti?
Gli aspetti musicali li ho curati tutti da solo, solo nel registrare alcune parti di chitarra mi sono appoggiato ad alcuni amici, che mi assistevano nelle prove di registrazione. A tal proposito ringrazio Fabio Ricci, che è stato determinante nel suo aiuto. Poi ringrazio anche Lorenzo dal Col che, oltre ad avermi fatto il sito, mentre scrivevo i pezzi mi dava consigli su come renderli sempre più ascoltabili o su cose da eliminare. I motivi pratici e tecnici dell’essermi autoprodotto sono semplici da comprendere: non potevo avere appoggio dalle case discografiche perché non avevo curriculum, non avevo un gruppo, non avevo esperienza, non avevo conoscenze e raccomandazioni nel mondo della musica. Avevo solo idee e con quelle al giorno d’oggi non si va da nessuna parte. Forse.
6) Di solito gli artisti stanno ben attenti a non lasciarsi sfuggire i loro diritti di copyright; tu, invece, hai optato per una scelta diametralmente opposta, ossia il rilascio dell’opera sotto licenza CC. Da cosa deriva questa scelta?
Questo non è un disco fatto per guadagnare soldi, anche se mi piacerebbe indubbiamente. Uscendo così, senza garanzie, ma solo con la licenza Creative, ho meno obblighi e più rischi, però sono libero di divulgare in internet la mia musica come voglio. La speranza è che nessuno approfitti di questa mia buona fede. Poi le licenze Creative danno una flessibilità maggiore nel trattare le opere di altri per motivi artistici, cosa non secondaria.
7) E’ insolita anche la via scelta per il rilascio del tuo album visto che hai pensato ai canali di filesharing (emule e rete ed2k). Da cosa nasce questa decisione?
Libertà
No, dai, ora che sono giovane e artisticamente libero posso ancora permettermi di prendere certe decisioni e ho fatto in modo di sfruttare tutti i canali di diffusione del web per far avere il mio disco. Sai, non avendo una distribuzione seria alle spalle, ma solo l’ausilio di un sito web, non è facile che tutti possano arrivare a scaricare il disco. Io poi sono un fedele utilizzatore del p2p, eppure i dischi continuo a comprarli. Prima li scarico e poi li compro. Credo sia la soluzione più corretta. 8 ) Non hai paura che il tuo cd possa essere rinominato e utilizzato magari per scopi diversi da quelli per cui è nato? Come ti tuteli sotto questo aspetto?
Si, ho sempre questo pensiero in mente, è un rischio reale, soprattutto se te lo fanno all’estero dove la voce del disco tarderà ad arrivare. Però il protocollo Creative Commons vieta questo tipo di cose, quindi nel caso in cui si verificasse un evento del genere tenterei di far leva su quello, che è anche riconosciuto a livello legislativo. Ma non credo che avverrà qualcosa del genere. Inoltre ci sono diverse persone che sapevano dell’uscita del disco ancora prima del due marzo.9) Progetti per il futuro?
Ho tante idee in mente che vanno dalla composizione di musiche con supporto visivo alla manipolazione completa del suono a livello elettronico. In questo senso mi piacerebbe lavorare su una chitarra sinth. Poi vorrei anche trattare la questione voce, che in questo primo disco è assente, ma su cui voglio lavorare senza rischiare di rendere banale la musica. L’idea più impellente che ho ora, invece, è organizzare delle date dopo aver preparato una versione di “Death of future Men” che valga davvero la pena di riascoltare dal vivo. Ma è una cosa lunga.
10) Altre passioni oltre alla musica?
Mi piace tantissimo giocare a calcio, anche se in televisione non lo seguo da anni perché sono disgustato da tifoserie, dirigenti e in certi casi anche giocatori. Poi adoro i film di Kubrick, le poesie di Baudelaire, sono appassionato di vampirismo e romanzi sui vampiri, mi piace scoprire nuove birre e sono appassionato anche di cultura ed archeologia della Sardegna, che è la terra in cui sono nato.
11) Cos’è internet per te, solo un contenitore di notizie o va oltre?
Internet è il paradiso e l’inferno insieme. Per me è una delle invenzioni umane potenzialmente più belle, uno scambio di informazioni continuo e incontrollabile e senza limiti di censura o pregiudizi. E’ un mezzo che alimenta scambi culturali e inter-culturali che non sarebbe possibile stabilire altrimenti. Però non deve essere neanche una scusa per isolarsi dal mondo reale e non curare i rapporti diretti con la gente. Per molti diventa infatti un rifugio dalla società esterna, cosa non positiva. La cultura la puoi conoscere tramite il web anche, le persone no, le persone per conoscerle e parlarci veramente devi guardarle in faccia, sentire il loro tono di voce, i loro gesti.
12) La tua musica preferita?
Adoro la musica classica, con particolare predilezione per i tardoromantici, gli impressionisti e gli espressionisti. Adoro il rock degli anni ‘60 e ‘70, soprattutto la psichedelia, il kraut rock ed il prog internazionale anni ‘70, Brian Eno, Robert Wyatt, Lou Reed e David Bowie. Mi piace tanto anche tutto ciò che è stato fatto di buono nel rock degli anni ‘90, dal grunge al crossover (quello di gruppi come Faith no more per intenderci), fino all’elettronica del trip hop dei Massive attack e Portishead, oppure dei Radiohead, o l’elettronica industrial di Ministry e Nine inch Nails. Poi ascolto tanto i cantautori italiani, soprattutto De Andrè e Giorgio Gaber. L’hard rock di Led Zeppelin, Guns n’ roses e Deep Purple. Queste sono alcune delle cose che ascolto di più, diciamo.
13) Tre motivi con cui invogliare chi legge ad ascoltare il tuo cd.
-Perché la musica al suo interno non è certo monotona ed è una proposta differente rispetto a quello che circola oggi.
-Perché ascoltare la mia musica è molto meglio che drogarsi: non provoca danni (credo) ed ha gli stessi effetti.
-Perché è un lavoro verso il quale ho dedicato tantissima fatica, tanta passione e credo che si percepisca anche questo nell’ascoltarlo.
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